martedì 10 giugno 2008

Documento Politico Giovani Democratici

PD. Ci sono decine di altri modi in cui di può interpretare questa sigla, e a volte sembra che “Partito Democratico” sia uno dei più forzati. Democrazia significa decisione a seguito di un dibattito. Democrazia è sinonimo di aggregazione, di contenuti, di scambio di idee. E’ sinonimo di viva partecipazione. E stando a questa premessa, il termine “democratico” rischia di trovarsi fuori posto, di non essere adeguato a ciò che siamo. Ci troviamo in una situazione molto lontana rispetto a quella che ci aspettavamo quando siamo nati. Il Partito Democratico è ancora dopo quasi un anno dalla sua creazione nel perenne limbo del “Partito-Non Partito”: perché che partito è quello che vede ancora troppe volte nelle troppo sporadiche riunioni temi come assegnazioni di nomine e di incarichi rispetto a nascituri gruppi dirigenti che non decidono e non decideranno? Un partito dilaniato da una dialettica violenta ed improduttiva, che sposta sempre più l’apice del confronto al nostro interno, mentre lì fuori la politica si affievolisce sotto il colpo mortale della demagogia e del populismo.
Noi, Giovani Democratici, crediamo nella partecipazione responsabile, nel valore della moralità e del dibattito, nello scambio pacifico di idee e sensibilità, nella vera democrazia.
E se siamo costretti a porci così violentemente all’attenzione del nostro Partito è perché pensiamo che il Partito Democratico abbia fin ora scelto la strada dell’imitazione di quella demagogia e di quel populismo, e per questo,ovviamente, poi la gente ha scelto per l’originale. Crediamo che le vecchie logiche delle spartizioni e delle decisioni prese tra le quattro mura di una stanza parallela a quella in cui si discute siano ancora presenti e radicate,soprattutto quando si tratta di scelte importanti. E abbiamo paura che tutto possa drammaticamente essere ricondotto al Gattopardiano “bisogna che tutto cambi, affinché non cambi niente”.
Siamo consapevoli che forse dovremo aspettare degli anni per vedere un Partito Democratico vero e realmente tale, e che ce ne vorrà di tempo prima di farne una forte alternativa alle destre.
Ma al contempo, proprio perché Giovani Democratici, vogliamo credere a questo grande slancio ideale che ha caratterizzato e che caratterizza quella che è l’unica vera novità politica di un quadro decisamente poco stimolante. Crediamo nella necessità di militanza e di confronto, e crediamo sia giusto e altrettanto necessario dire la nostra. Crediamo necessario, indispensabile impegnarci, perché è vero che spesso le mani sono sporche, ma è altrettanto vero che non si può accusare chi se le sporca, se noi siamo i primi a non togliercele dalle tasche.
E’ giusto e necessario farsi avanti, non attendere una discussione lenta e inutile al livello nazionale che riconosca che i Giovani Democratici esistono e necessitano di un’organizzazione. Non vogliamo attendere il permesso unanime di tutte le “anime” del nostro Partito, per dire che ci siamo, e che vogliamo essere presenti, organizzati. Abbiamo dimostrato negli anni una forza sul nostro territorio non indifferente, in termini di aggregazione, di sensibilizzazione e anche di consenso elettorale. Gli esempi di Mattia Altobelli e di Alessia Marcoccia ne sono la prova lampante. Abbiamo lavorato e siamo cresciuti, anche risultando pedanti, e perché no, qualche volta scomodi.
Ora è arrivato solo il momento di convogliare l’esperienza di quattro anni di storia e di autocostituirsi, scavalcando ogni passaggio nazionale e regionale, come Giovani Democratici, in attesa delle discussioni superiori. Ed è arrivato il momento di fare questo, perché siamo convinti del contributo che, organizzandoci, possiamo dare al dibattito e alla crescita del nostro Partito in questa città.
Per questo chiediamo al Partito Democratico di Frosinone di riconoscerci come interlocutore privilegiato non solo per le questioni inerenti le politiche giovanili, ma anche per una visione alternativa della politica tutta. Chiediamo al Coordinamento di legittimare la nostra organizzazione e di inserire, come dallo Statuto degli allora “Democratici di Sinistra”, nell’esecutivo del Segretario, la figura più rappresentativa dell’organizzazione giovanile, eletta dall’assemblea degli iscritti dei giovani democratici, come invitato permanente.

Un Partito che ha la forza e l’ambizione di cambiare il Paese e la Politica, non può dimenticare che è dalle sfide di tutti i giorni, quelle fatte di discussioni, dibattiti, scambio di idee, di critiche e di obbiettivi, che si costruisce la proposta politica sui grandi temi. Non può dimenticare quel rapporto a doppio filo con quello che in troppi chiamano “elettorato”, e che noi preferiamo chiamare popolo. Un Partito non si misura in base a quanto rapidamente raggiunge un accordo sulla composizione di un organismo dirigente, ma in base al rapporto con la gente, che temiamo si stia perdendo. Non si può pensare di amministrare un Partito, di farlo crescere, se non ci si mette in testa di convocare e chiamare a discutere gli iscritti prima, e la gente poi. E non si può pensare di portare avanti un Partito radicato come il nostro, senza nemmeno un luogo fisico in cui incontrarsi, da tenere aperto.
La sezione non è un lusso, ma una necessità. Un locale di aggregazione, lontano dal formalismo di un ufficio. E’ un punto di riferimento forte e costante per le persone, soprattutto per i giovani di questa città. Chiediamo che si parli anche di questo, e che lo si faccia iniziando anche a darsi dei tempi organizzativi sulle assemblee degli iscritti, sull’affitto di un locale, perché per come stanno le cose attuali, il Partito Democratico si ritrova senza una base e senza uno spazio proprio, senza quindi la possibilità di fare discussione, di riuscire ad attrarre i giovani. Chiediamo che si parli di questo, proprio perché è anche dai piccoli segnali, dalle piccole battaglie quotidiane, che un Partito cresce, e diventa realmente e col tempo, un Partito vero.

Davide Petrillo
Mattia Altobelli
Ileana Tiberia
Alessia Marcoccia
Giacomo Fraioli

Maria Stella Gelmini e la scuola

Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse". E' quanto ha detto il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, illustrando in commissione Cultura alla Camera il suo programma per la scuola.
Stipendi sotto la media Ocse. Il ministro ha comunicato i "numeri" di questa emergenza salariale: "Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l'anno".

Tolleranza zero per il bullismo. Il ministro è poi intervenuta sul tema del bullismo: "Non saranno più tollerati gli atti che non rispettano i compagni di classe, gli insegnanti, le strutture, il patrimonio comune".

Basta scontri politici. Gelmini ha anche sottolineato la necessità di abbandonare lo scontro politico nei centri di educazione. "Occorre - ha affermato il ministro - una presa di posizione lontana da inutili visioni ideologiche: il Paese ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola". Per renderlo possibile, è indispensabile "una grande alleanza" in cui tutti diano il proprio contributo "per il miglioramento della più grande infrastruttura del Paese".

Riforme solo se necessarie. Il ministro ha inoltre detto che le riforme legislative del sistema scolastico devono essere fatte solo se strettamente necessarie e comunque sempre e solo all'insegna della chiarezza e semplificazione. "Noi abbiamo bisogno di vero cambiamento, non di presunte riforme", ha spiegato. "Per troppi anni abbiamo investito le nostre energie sull'attività legislativa - ha continuato Gelmini - abbiamo imbullonato e sbullonato leggi e decreti, badando piu' al colore politico che alla sostanza dei problemi". Questa linea programmatica implica anche che non si debba "ripartire da zero ogni volta", secondo l'idea che è utile "preservare e mettere a sistema quanto di buono fatto dai miei predecessori". Proprio per questo, Gelmini non ha voluto ritirare la circolare sui debiti di Fioroni.

Parole di buon senso, dette a ragion veduta. Esempio di buon governo, o ipocrisia da terza repubblica?