martedì 10 giugno 2008

Documento Politico Giovani Democratici

PD. Ci sono decine di altri modi in cui di può interpretare questa sigla, e a volte sembra che “Partito Democratico” sia uno dei più forzati. Democrazia significa decisione a seguito di un dibattito. Democrazia è sinonimo di aggregazione, di contenuti, di scambio di idee. E’ sinonimo di viva partecipazione. E stando a questa premessa, il termine “democratico” rischia di trovarsi fuori posto, di non essere adeguato a ciò che siamo. Ci troviamo in una situazione molto lontana rispetto a quella che ci aspettavamo quando siamo nati. Il Partito Democratico è ancora dopo quasi un anno dalla sua creazione nel perenne limbo del “Partito-Non Partito”: perché che partito è quello che vede ancora troppe volte nelle troppo sporadiche riunioni temi come assegnazioni di nomine e di incarichi rispetto a nascituri gruppi dirigenti che non decidono e non decideranno? Un partito dilaniato da una dialettica violenta ed improduttiva, che sposta sempre più l’apice del confronto al nostro interno, mentre lì fuori la politica si affievolisce sotto il colpo mortale della demagogia e del populismo.
Noi, Giovani Democratici, crediamo nella partecipazione responsabile, nel valore della moralità e del dibattito, nello scambio pacifico di idee e sensibilità, nella vera democrazia.
E se siamo costretti a porci così violentemente all’attenzione del nostro Partito è perché pensiamo che il Partito Democratico abbia fin ora scelto la strada dell’imitazione di quella demagogia e di quel populismo, e per questo,ovviamente, poi la gente ha scelto per l’originale. Crediamo che le vecchie logiche delle spartizioni e delle decisioni prese tra le quattro mura di una stanza parallela a quella in cui si discute siano ancora presenti e radicate,soprattutto quando si tratta di scelte importanti. E abbiamo paura che tutto possa drammaticamente essere ricondotto al Gattopardiano “bisogna che tutto cambi, affinché non cambi niente”.
Siamo consapevoli che forse dovremo aspettare degli anni per vedere un Partito Democratico vero e realmente tale, e che ce ne vorrà di tempo prima di farne una forte alternativa alle destre.
Ma al contempo, proprio perché Giovani Democratici, vogliamo credere a questo grande slancio ideale che ha caratterizzato e che caratterizza quella che è l’unica vera novità politica di un quadro decisamente poco stimolante. Crediamo nella necessità di militanza e di confronto, e crediamo sia giusto e altrettanto necessario dire la nostra. Crediamo necessario, indispensabile impegnarci, perché è vero che spesso le mani sono sporche, ma è altrettanto vero che non si può accusare chi se le sporca, se noi siamo i primi a non togliercele dalle tasche.
E’ giusto e necessario farsi avanti, non attendere una discussione lenta e inutile al livello nazionale che riconosca che i Giovani Democratici esistono e necessitano di un’organizzazione. Non vogliamo attendere il permesso unanime di tutte le “anime” del nostro Partito, per dire che ci siamo, e che vogliamo essere presenti, organizzati. Abbiamo dimostrato negli anni una forza sul nostro territorio non indifferente, in termini di aggregazione, di sensibilizzazione e anche di consenso elettorale. Gli esempi di Mattia Altobelli e di Alessia Marcoccia ne sono la prova lampante. Abbiamo lavorato e siamo cresciuti, anche risultando pedanti, e perché no, qualche volta scomodi.
Ora è arrivato solo il momento di convogliare l’esperienza di quattro anni di storia e di autocostituirsi, scavalcando ogni passaggio nazionale e regionale, come Giovani Democratici, in attesa delle discussioni superiori. Ed è arrivato il momento di fare questo, perché siamo convinti del contributo che, organizzandoci, possiamo dare al dibattito e alla crescita del nostro Partito in questa città.
Per questo chiediamo al Partito Democratico di Frosinone di riconoscerci come interlocutore privilegiato non solo per le questioni inerenti le politiche giovanili, ma anche per una visione alternativa della politica tutta. Chiediamo al Coordinamento di legittimare la nostra organizzazione e di inserire, come dallo Statuto degli allora “Democratici di Sinistra”, nell’esecutivo del Segretario, la figura più rappresentativa dell’organizzazione giovanile, eletta dall’assemblea degli iscritti dei giovani democratici, come invitato permanente.

Un Partito che ha la forza e l’ambizione di cambiare il Paese e la Politica, non può dimenticare che è dalle sfide di tutti i giorni, quelle fatte di discussioni, dibattiti, scambio di idee, di critiche e di obbiettivi, che si costruisce la proposta politica sui grandi temi. Non può dimenticare quel rapporto a doppio filo con quello che in troppi chiamano “elettorato”, e che noi preferiamo chiamare popolo. Un Partito non si misura in base a quanto rapidamente raggiunge un accordo sulla composizione di un organismo dirigente, ma in base al rapporto con la gente, che temiamo si stia perdendo. Non si può pensare di amministrare un Partito, di farlo crescere, se non ci si mette in testa di convocare e chiamare a discutere gli iscritti prima, e la gente poi. E non si può pensare di portare avanti un Partito radicato come il nostro, senza nemmeno un luogo fisico in cui incontrarsi, da tenere aperto.
La sezione non è un lusso, ma una necessità. Un locale di aggregazione, lontano dal formalismo di un ufficio. E’ un punto di riferimento forte e costante per le persone, soprattutto per i giovani di questa città. Chiediamo che si parli anche di questo, e che lo si faccia iniziando anche a darsi dei tempi organizzativi sulle assemblee degli iscritti, sull’affitto di un locale, perché per come stanno le cose attuali, il Partito Democratico si ritrova senza una base e senza uno spazio proprio, senza quindi la possibilità di fare discussione, di riuscire ad attrarre i giovani. Chiediamo che si parli di questo, proprio perché è anche dai piccoli segnali, dalle piccole battaglie quotidiane, che un Partito cresce, e diventa realmente e col tempo, un Partito vero.

Davide Petrillo
Mattia Altobelli
Ileana Tiberia
Alessia Marcoccia
Giacomo Fraioli

Maria Stella Gelmini e la scuola

Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse". E' quanto ha detto il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, illustrando in commissione Cultura alla Camera il suo programma per la scuola.
Stipendi sotto la media Ocse. Il ministro ha comunicato i "numeri" di questa emergenza salariale: "Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l'anno".

Tolleranza zero per il bullismo. Il ministro è poi intervenuta sul tema del bullismo: "Non saranno più tollerati gli atti che non rispettano i compagni di classe, gli insegnanti, le strutture, il patrimonio comune".

Basta scontri politici. Gelmini ha anche sottolineato la necessità di abbandonare lo scontro politico nei centri di educazione. "Occorre - ha affermato il ministro - una presa di posizione lontana da inutili visioni ideologiche: il Paese ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola". Per renderlo possibile, è indispensabile "una grande alleanza" in cui tutti diano il proprio contributo "per il miglioramento della più grande infrastruttura del Paese".

Riforme solo se necessarie. Il ministro ha inoltre detto che le riforme legislative del sistema scolastico devono essere fatte solo se strettamente necessarie e comunque sempre e solo all'insegna della chiarezza e semplificazione. "Noi abbiamo bisogno di vero cambiamento, non di presunte riforme", ha spiegato. "Per troppi anni abbiamo investito le nostre energie sull'attività legislativa - ha continuato Gelmini - abbiamo imbullonato e sbullonato leggi e decreti, badando piu' al colore politico che alla sostanza dei problemi". Questa linea programmatica implica anche che non si debba "ripartire da zero ogni volta", secondo l'idea che è utile "preservare e mettere a sistema quanto di buono fatto dai miei predecessori". Proprio per questo, Gelmini non ha voluto ritirare la circolare sui debiti di Fioroni.

Parole di buon senso, dette a ragion veduta. Esempio di buon governo, o ipocrisia da terza repubblica?

mercoledì 28 maggio 2008

VERGOGNA!!

DALLA NOSTRA SEZIONE, DAI NOSTRI RAGAZZI VA LA PIU' GRANDE SOLIDARIETA' ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DIVENUTI OGGETTO DI VIOLENZA DA PARTE DEI MILITANTI DI FORZA NUOVA, DEI FASCISTI DI MERDA CHE ANCORA E PIU' DI PRIMA SPUTANO SULLA DEMOCRAZIA E SULLA LIBERTA', COL SANGUE E CON L'IGNORANZA.


Dopo la morte di Nicola e il raid punitivo del quartiere Pignaleto, si torna a parlare di violenza, di odio, e di movente politico. Roma. Università La Sapienza. Alcuni ragazzi dei collettivi attaccano i propri manifesti, in parte coprendo quelli di un convegno sulle foibe, promosso da Forza Nuova. Una motivazione decisamente sufficiente per agire, avranno pensato gli energumeni che al grido di "comunisti di merda" si sono avvicinati con spranghe e coltelli, utilizzandoli contro i ragazzi, muniti della sola scopa per spargere la colla. Il clima è decisamente teso. Non bisogna avere paura, ma è chiaro che questo è un Paese molto meno sicuro di qualche anno fa, e molto meno tollerante. E chissà se le due cose non possano essere legate? L'intolleranza al potere, la violenza per le strade...

lunedì 26 maggio 2008

Razzista e fascista. Ricordate chi era Almirante

da il sito de L’UNITA' - Vincenzo Vasile

E così, ci toccherà in un domani darci appuntamento in via Giorgio Almirante? L’intenzione di intitolargli una strada l’ha annunciata, forse per sondare il terreno, il neosindaco di Roma, Alemanno. E vuoi vedere che tra un po’ qualcuno non salterà su a dire che in fondo, dopo tanti anni, sono superati e ormai morti i vecchi schemi ideologici. E dunque...In tempi così pieni di smemoratezza non sarà male, perciò, sfogliare qualche pagina della biografia di un leader neofascista che conquistò - in verità solo sul finire della sua vita, conclusasi nel 1988 - un'immeritata fama di "equilibrio" e di capacità dialogante, dopo avere impersonato non solo durante il ventennio fascista, ma anche nel dopoguerra, la più squallida vena razzista e le pulsioni più inquietanti della destra italiana. C'è chi segnala, in questo curriculum un particolare non di dettaglio: Almirante veniva da una famiglia di uomini di spettacolo; il padre era stato direttore di scena e regista di Eleonora Duse, gli zii erano noti attori: tra loro quell'Ernesto Almirante che negli anni 50 fece la parte del vecchio bersagliere rincoglionito che saltava fuori in mutandoni suonando la carica con la trombetta in diverse sequenze un vecchio film di Totò e Gino Cervi ("Il coraggio"). E forse da quella vena familiare veniva al più giovane nipote una certa vocazione trasformista, retorica, ambigua e populista che gli consentì di traghettare il fascismo sovversivo, anticapitalista e antiborghese di Salò nelle istituzioni parlamentari e repubblicane. E che lo portò, dopo diversi travagli interni all'Msi, fino all'obiettivo di espandersi fino al massimo storico (il 9 per cento di media nazionale nel 1972, con punte a due cifre in Sicilia), parlando alla pancia di un elettorato per la prima volta dal 1948 in libera uscita dall'interclassismo della Dc, con lo slogan della difesa della terra, della casa e della proprietà. Sotto al doppiopetto e dietro alla retorica rigonfia che affascinò tanta piccola borghesia dei primi anni Settanta erano celati i vecchi e lugubri "labari" del fascismo più nero e militante. Destinato all'insegnamento nelle scuole medie, Almirante aveva pontificato sin dall'indomani delle leggi antiebraiche sulla rivista "La difesa della razza" di Telesio Interlandi (altro personaggio come lui di origini siciliane, interprete delle più fosche spinte del regime) che "l'Italia non ha ancora avuto la sua scuola". E che essa avrebbe dovuto da allora in poi forgiare gli italiani secondo la seguente, delirante, dottrina: "Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. Chi teme, ancor oggi, che si tratti di un'imitazione straniera (e i giovani non mancano nelle file di questi timorosi) non si accorge di ragionare per assurdo: perché è veramente assurdo sospettare che un movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza posa condurre a un asservimento alle ideologie straniere". Tutto nasce invece da quell'"insuperabile e spesso drammatico contrasto tra romanità - vera romanità e non quella annacquata della pseudo-cultura internazionalista - e giudaismo. Il che dimostra ancora una volta che in fatto di razzismo e di antigiudaismo gli italiani non hanno avuto, né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia". Negli anni della "maturità", più che rinnegare, l'interessato avrebbe minimizzato la sua attività di "segretario di redazione" e uomo-macchina della rivista di Interlandi, e la sua personale opera di decretazione delle rinnovate norme razziali della Repubblica di Salò. Leggi che furono condensate nella circolare esplicativa da lui stesso firmata, non appena il giovane tenente della Guardia Nazionale repubblicana passò dall'ufficio per 007 delle "intercettazioni" cui era stato originariamente destinato, a quello di capo di gabinetto del Minculpop repubblichino (succeduto nell'incarico a Gilberto Bernabei, poi divenuto segretario particolare di Andreotti a palazzo Chigi). Con il compito di propagandare alla radio la bontà delle nuove norme che consentivano di condurre a termine la persecuzione antiebraica con arresti, deportazioni ed espropri: bisognava, sui mezzi di informazione della triste repubblichetta mussoliniana, "rilevare che le nuove leggi"costituivano non la cancellazione ma l'aggiornamento delle norme del 1938 "in base alle esperienze acquisite, e alle nuove necessità determinate dalla situazione in cui la guerra, il tradimento e la ricostruzione hanno messo e mettono il paese". Lui, Almirante, intanto, faceva la spola - anche per "missioni segrete" - tra il "duro" ministro Mezzasoma e Mussolini. Nelle disposizioni razziali a sua firma si tessevano elogi dell' accanimento contro i "meticci" e i matrimoni misti, e si aggiungevano accurate precisazioni sul tasso di "arianesimo" da garantire per rendere efficace la selezione dei perseguitati. Più tardi, Almirante avrebbe falsamente sostenuto di avere lasciato in un cassetto del ministero le norme "antigiudaiche" (richieste, a suo dire, dai tedeschi), in uno scritto sprezzantemente intitolato "autobiografia di un fucilatore". La polemica di quel titolo era proprio rivolta all'Unità, che nel 1968 aveva pubblicato il testo di un manifesto firmato dal "capo di gabinetto" Almirante, che intimava; "Alle ore 24 del 25 Maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a bande. (…) Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso in tutti i Comuni vostra Provincia". Sulla base di questo editto 83 "sbandati" furono fucilati in Maremma. E questa terribile eredità, assieme alla militanza di Almirante almeno fino al 25 aprile nelle Brigate nere impegnate nei massacri di partigiani in Valdossola con il grado di tenente, macchiò per anni e anni l'immagine pubblica del più duraturo e forte dirigente del Movimento sociale, che un Tribunale clamorosamente per di più sbugiardò riguardo all'editto contro gli "sbandati", assolvendo il nostro giornale dall'accusa di diffamazione. L'Msi l'aveva fondato proprio lui, Giorgio Almirante, assieme a una combriccola di reduci della Rsi, nel 1946, e questa "istituzionalizzazione" delle nostalgie più o meno eversive per il regime fascista e per Salò, concordata con la Dc e il Vaticano, di solito gli viene ascritta a merito. Ma pochi sanno che pochi mesi prima lo stesso Almirante e altri futuri protagonisti della storia dell'Msi avevano creato, tanto per non legarsi le mani, anche un'organizzazione clandestina, detta Fronte armato rivoluzionario - Far - protagonista di numerosi attentati e sabotaggi, che convisse fino al 1952 in un rapporto altalenante ma quasi ininterrotto con l'Msi, e diede anche vita a un Esercito Clandestino Anticomunista, ramificato in varie parti del paese. Bombe carta, attentati, blitz contro cortei di lavoratori: la storia dei Far negli anni seguenti avrebbe avuto la sua diretta filiazione in Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le due organizzazioni clandestine, protagoniste della strategia della tensione e delle stragi. Fate attenzione a certi album di famiglia. Tra i fondatori del Far, c'era un'altra allora "giovane speranza" dell'eversione nera: Giuseppe Umberto Rauti, per gli amici "Pino". Che è il suocero del sindaco di Roma che vorrebbe oggi dedicare una strada ad Almirante; e fu per lunghi anni il fratello-coltello del defunto leader in diversi dissidi e molteplici scissioni e riappacificazioni della tumultuosa storia - forse ancora da scrivere - del Movimento sociale.

mercoledì 21 maggio 2008

Tutti gli uomini hanno pari opportunità. Ma qualcuno è più pari degli altri...

“Bella ma disumana come la matrigna di Cenerentola”.
Si apre così l’articolo di Caterina Pasolini su LA REPUBBLICA del 20 maggio 2008.
Peccato che non si stia parlando né di una nota attrice teatrale o cinematografica né di una cantante che solca i palchi della scena internazionale.
Il pomo della discordia è MARA CARFAGNA la neo eletta ministra delle Pari Opportunità che copre il ruolo già occupato da Barbara Pollastrini nel precedente governo di centro-sinistra.
La deputata, eletta per la seconda volta, la prima nelle linee di Forza Italia, ora in quelle PDL, sconvolge la scena politica nazionale con le sue affermazioni sulle coppie omosessuali e sul patrocinio negato al Gay Pride che si svolgerà il 7 giugno a Roma.
La Carfagna afferma di essere completamente contraria ad ogni riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali.
Ma questo in realtà lo sapevamo già: quando nella passata legislazione aveva organizzato il suo primo seminario “Donna, vita e famiglia”, aveva additato le coppie omosessuali come “costituzionalmente sterili”, difendendo, secondo il suo punto di vista, “il fondamento della famiglia”, osservando che “per volersi bene il requisito fondamentale è poter procreare”(le citazioni sono prese da articoli de LA REPUBBLICA presenti sul sito della testata nazionale).
Non ancora soddisfatta, per scongiurare ogni ombra del pericolo di essere scambiata per gay friendly, aveva sottolineato che “non c'è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che costituzionalmente sono sterili".
Oggi occupando un ruolo di primo piano nella scena politica italiana non poteva perdere l’occasione per sottolineare il suo essere, perdonatemi l’espressione ma non trovo altre parole, BIGOTTA.
È possibile giudicare l’amore e l’affetto tra due persone, siano esse dello stesso sesso o di sesso diverso, solo dal fatto che siano o meno sposate o che possano o meno avere figli?
Come è possibile nel 2008 negare una realtà che esiste ed è reale con una “politica miope ed ingannevole” come quello della neo ministra?
Già nel corso del seminario del 2007 l’allora deputata del Prc Vladimir Luxuria le aveva ricordato che l’unica vera discriminante per decidere chi è coppia o no, "non è la benedizione in chiesa o il matrimonio civile ma la presenza di amore, rispetto e cura per l'altro".
Anche Franco Grillini aveva detto la sua sull’argomento osservando come "non avendo alcun argomento contro il riconoscimento dei diritti alle famiglie gay, la destra italiana con il suo esercito di veline, divorziati e conviventi rispolvera i luoghi comuni e le battute da osteria del più trito razzismo antigay".
Oggi all’indomani della nomina della ministra-miss le posizioni sono rimaste all’incirca le stesse, visto che le associazioni gay capeggiate in primis da ArciGay la dipingono come la matrigna di Cenerentola o addirittura come "una bella addormentata che dice falsità e che vive nel mondo delle favole dove i gay non sono discriminati".
Franco Grillini riprende le posizioni già espresse, così come l’ex deputata transgender Vladimir Luxuria che rinfaccia seccamente alla Carfagna che se un ministero delle Pari opportunità "non intende assolvere al compito di dare e garantire pari opportunità" è quindi "un ministero inutile". Quello che invece mi sconvolge, e che ancora non riesco a comprendere se sia un fatto positivo o inquietante, è che oggi le critiche alla Mara nazionale vengono addirittura dal suo stesso schieramento e precisamente da ALESSANDRA MUSSOLINI.
“con il muro contro o muro non si va da nessuna parte ci vuole dialogo, non esclusione a priori", queste le parole dell’ex leader di Azione Sociale oggi onorevole nelle file del Pdl, lasciata a bocca asciutta senza alcun ruolo nella squadra di governo (forse è questo il reale motivo per cui si scaglia contro la collega di partito ormai entrata nel cuore del Cavaliere).
Eppure la Carfagna si preoccupa di rispondere solo all’unica voce che non fa parte del parlamento, quella di Vladimir Luxuria, a cui però si riferisce utilizzando il nome anagrafico, effettuando una scelta a mio avviso di cattivo gusto e di svilimento non solo della libertà individuale ma soprattutto delle scelte che ogni singolo, fino a prova contraria, è libero di fare, cioè quella di effettuare un cammino per cambiare sesso, "Il signor Vladimiro Guadagno confonde il ministero per le Pari Opportunità con l'ufficio stampa e propaganda del movimento".
Il problema non è confondere in ministero con un ufficio stampa, il problema e che, per dirlo alla Orwell di Animal Farm, “tutti gli uomini hanno pari opportunità, ma qualche uomo è più pari degli altri”.
E non si può accettare che a ragionare in questo modo così arcaico sia proprio chi è chiamato ad interessarsi delle Pari Opportunità, chi ha avuto l’incarico di occupare un ministero che dovrebbe essere il baluardo della laicità dello Stato.
E che in Italia viga una concezione laica dello Stato non si può mettere in discussione perché la Costituzione nell’articolo 7 parla chiaro, fin troppo chiaro “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrana”.
I padri costituenti hanno inoltre sottolineato, nell’articolo 3, che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Nonostante tutto bisogna ricordare anche l’articolo 29 che recita “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare”.
Ma i gay non hanno bisogno di aver riconosciuto il matrimonio, vogliono essere riconosciuti come coppia come unità familiare.
E con famiglia intendo come nucleo familiare, come persone che si uniscono e decidono di con-vivere, nel senso di vivere insieme, affrontando insieme tutti gli ostacoli della vita.
Chi siamo noi per giudicare se due persone formano o no una famiglia, chi per dire che i diritti spettano solo agli eterosessuali, chi per far finta di non vedere che le discriminazioni ci sono e che sono anche tante.
E allora cara ministra le vorrei ricordare che lei occupa un ruolo di tutto rispetto, che ha altrettanti doveri e responsabilità.
Fino a prova contraria il suo ministero si chiama Pari Opportunità, senza alcuna distinzione di nessun tipo, pertanto dovrebbe essere più rispettosa nei confronti di chi non solo è additato da una società ancora chiusa ideologicamente ma che nel contempo si batte per aver riconosciuti dei diritti che a mio avviso gli spettano senza alcun dubbio.
Invece di scagliarsi ad occhi chiusi contro la 194 o il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, cerchi di entrare nell’ottica che essere ministro della Repubblica Italiana, perché vorrei ricordare che si chiama ancora così, significa spesso mettere da parte le proprie credenze politiche personali per fare quello di cui la società, composta da chi l’ha eletta, ma anche da chi non l’ha fatto, ha bisogno.
E forse per quanto riguarda la sua materia c’è bisogno di una politica che miri ad ascoltare chi di discriminazioni ne ha subite troppe e vorrebbe soltanto sentirsi uguale agli altri almeno per quanto riguarda i suoi diritti.
Si ricordi inoltre che il linguaggio dell’amore e quello del cuore non sentono ragioni e non vedono la differenza tra uomo e donna.
Quella è l’unica lingua universale che tutti i popoli della Terra capiscono, accettano e rispettano, sembra scontato ma al cuore non si comanda.
I gay non scompariranno come un brutto sogno solo perché si fa finta che essi non esistono.
I gay ci sono sempre stati e sempre ci saranno perché dopotutto è bello che qualche volta nel mondo nasca qualcuno che vada “contro-natura”, che non sia “conforme alla massa”, che si senta libero di amare chi vuole senza avere paura di gridare al mondo CI SONO ANCHE IO!


Gianmarco Capogna